Uno... nessuno... centoventi...?
Immaginiamo di fare una chiacchierata su questo tema affascinante: la crisi dell'identità, vista attraverso gli occhi di un grande classico e di una voce contemporanea.
Tutto parte da una domanda apparentemente semplice:
"Chi sono io?".
Per Luigi Pirandello, questa domanda scatena una vera tragedia.
Nel suo romanzo Uno, nessuno e centomila, il protagonista Vitangelo Moscarda scopre per caso che il suo naso è leggermente storto: un dettaglio banale che però gli fa capire che gli altri lo vedono in modo diverso da come lui si vede
Da qui nasce la sua famosa "equazione": noi pensiamo di essere Uno (un'identità fissa), ma in realtà siamo Centomila, perché abbiamo tante maschere quanti sono gli sguardi degli altri
Alla fine, capendo che non esiste un "io" reale, non restiamo che "Nessuno"
Pirandello ci spiega che la società è come una trappola o una "forma" rigida. La vita sarebbe un flusso continuo, come il magma di un vulcano, ma per stare al mondo dobbiamo "cristallizzarci" in ruoli fissi: il padre, l'impiegato, il cittadino modello…
Indossiamo queste maschere per sopravvivere, ma quando ci rendiamo conto del gioco, l'unica via d'uscita che Pirandello intravede è la follia o l'allontanamento totale dalla società per rinascerne liberi nella natura.
A distanza di un secolo, entra in gioco il poeta Jader, che riprende il discorso ma con un tono del tutto diverso: non più tragico, ma ironico e quasi spazientito.
Per Jader, il problema non è più lo sguardo degli altri (il fuori), ma il caos che abbiamo dentro. Non parla di "centomila" maschere sociali, ma di circa "centoventi" piccoli ego maldestri che vivono nella nostra testa come "anguille dentro a dei canestri"
È quello che lui chiama il "Parlamento della mente": un luogo affollatissimo dove tutti urlano e nessuno comanda, lasciandoci con la "mente stanca". La cosa interessante è che Jader "bacchetta" quasi Pirandello, dicendo che la sua soluzione — quella di fuggire nella natura — "è andata male".
Jader non ci suggerisce di diventare pazzi per essere liberi, ma propone una sorta di "igiene mentale". Dice: invece di farti mangiare il pensiero da tutti questi "io" parassiti, prova a fare pulizia.
In sintesi, la presentazione mostra questa evoluzione: se per Pirandello l'identità frantumata era una condanna imposta dalla società, per Jader è un problema di gestione interna. La soluzione moderna non è sparire nel nulla, ma far tacere il rumore interiore per riuscire finalmente a comunicare davvero con qualcuno.
Come dice Jader alla fine della sua poesia: quando avrai fatto ordine e sarai libero, "fammi un fischio, e vienimi a cercare"